Il mio personale blog "Macello Industriale", fumante calderone di immani minchiate
e riflessioni semiserie pescate a piene mani dal mio delirio quotidiano.
Enjoy it !!!
Bugiardino
Leggere attentamente le istruzioni prima di consumare il prodotto.
Non si accettano reclami su casi di indotta diarrea, dolori addominali e affini.
Sconsigliato a soggetti di esile composizione tantrica e rompicoglioni vari.
Tutti gli scritti appartengono al sottoscritto, il quale si prende carico di eventuali ripercussioni.
Quell'estate rimarrà scolpita nella mia memoria, i tremendi fatti che accaddero allora mi svegliarono dal torpore adolescenziale spingendomi a ricercare una verità che purtroppo tutt'oggi non ho trovato.
"...chi comanda non è disposto a fare distinzioni poetiche, il pensiero è come l'oceano, non lo puoi bloccare, non lo puoi recintare, così stanno uccidendo il mare..."
L.Dalla
quest'oggi il sofisticato orecchio Pellicciato propone un gruppo totalmente sconosciuto anche al WebMastro nonchè Me medesimo, non apettatevi quindi il prologhetto come da routine.
Una cosa però ve la voglio dire : lasciate che la curiosità vi spinga a ricercare la VOSTRA bellezza canonica continuamente, e non parlo solo di musica, lo spirito và nutrito anch'esso, ed avere sempre nuovi stimoli è la via migliore per farlo.
Bene, dopo questa riflessione pseudo profonda, tuffiamoci nell'odierna puntata e godiamoci i sempre ottimi consigli dispensati dal nostro diggei di fiducia.
Augh.
Qualcosa sulla vita (vera)
Vedete, un gruppo come i Massimo Volume non necessitano poi di tante parole. Basterebbe condensare in poche parole la profondità di un loro concerto (visti due anni fa a Genova, roba da rischiare un infarto tanto è stato intenso). Certo, si potrebbe raccontare della loro storia, del primo nucleo con Umberto Palazzo (sì, proprio quello del Santo Niente), del nucleo storico Emidio “Mimì” Clementi – Egle Sommacal – Vittoria Burattini che praticamente ad ogni disco cambia secondo chitarrista (ultimo in ordine di apparizione, Stefano Pilia, uno che sulle sei corde fa un po’ quello che vuole), del loro rock teso e spigoloso, apparentemente sghembo eppure innegabilmente matematico, roba per orecchie abituate a Slint, June of 44 e a tutta quella roba in bilico fra “post” e “noise” ma con un occhio e un orecchio sempre attento alla parola “melodia”, della peculiarità che li ha resi unici nel panorama rock del nostro Malpaese, quella cioè di uno stile narrativo dei testi, un parlato che sostituisce il cantato.
Proprio questo è il segreto dei Massimo Volume. Una specie di “reading dell’anima”, dove ricordi di vita vissuta (Clementi è un vero e proprio maudit)e racconti di vita desiderata o temuta (Clementi è inoltre uno scrittore di rara raffinatezza, pubblica regolarmente racconti o romanzi uno più bello dell’altro) si inseguono e si confrontano, sospinti da un tappeto musicale di un’urgenza e di una potenza emotiva rara.
Prendere, come esempio paradigmatico, “Lungo I Bordi”, il loro secondo disco, uscito nel 1995 per i tipi della Mescal. Poeti, tossici, amici, ricordi e notti insonni, fattorini e camerieri, una città vista nella sua dimensione più disperatamente vera. Parlare di un testo più che di un altro sarebbe ingiusto nei confronti di quello lasciato fuori, e parlare di tutti quanti richiederebbe ore, anche perché in più di un’occasione le frustrazioni, le nostalgie, i rancori, gli incubi, le paranoie, le paure, le insofferenze, i dolori, le lacrime, insomma il nero dell’anima di Clementi raggiungono una dimensione quasi universale (e per scrive, anche un po’ autobiografica).
Per cui, se ve la sentite di non poterne più fare a meno, fate da voi.
Da tempo aspettavo con curiosità l'uscita del disco in oggetto.
Come detto nel post precedente sovente mi piace evadere dalla gabbia del rock and roll e buttare il naso (le orecchie) altrove, alla ricerca di suoni e di atmosfere sempre nuove, ricercandoli negli artisti che della sperimentazione fanno il loro credo.
E i Daft Punk sono della suddetta razza.
Nati musicisti, di quelli che suonano strumenti reali, i due Parigini si sono evoluti in pochi anni in raffinati compositori e produttori di fama planetaria,durante il loro percorso artistico in continua evoluzione, hanno toccato generi diversi sperimentando parecchie alchimie, ed allo stesso tempo sono riusciti a creare uno stile inconfondibile che li caratterizza in ogni loro produzione, quasi sempre acclamati all'unanimità dagli addetti al settore e dal pubblico.
Personalmente, ritengo questo loro ultimo lavoro il migliore della loro discografia, ricca di successi come
Da Funk, Around the world, One More time e Technologic.
Le collaborazioni con artisti del calibro di Nile Rodgers, Paul Williams, Todd Edwards e Giorgio Moroder la dicono lunga sul valore intrinseco dell'opera, che strizza l'occhio alle atmosfere funkeggianti della patinata disco dei seventies.
I brani Get Lucky e Lose Yourself to dance, forse i piu' adatti al passaggio radiofonico, si impreziosiscono per la presenza del mitico Nile Rodgers (Le Freak) alle chitarre, Instant Crush e Beyond sono brani che richiamano vagamente atmosfere Alan Parsoniane.
Il Vocoder, marchio di fabbrica del duo Parigino, la fa' da padrone in pezzi come The Game of love, Within e Doin it right.
Motherboard è una composizione strumentale che si avvicina al trip hop con influenze new age come la stessa Horizon.
In Contact i ragazzacci si riaccostano ai suoni dei loro primi lavori, molta elettronica, molto gusto.
Ma a mio avviso la vera perla dell'album e' il pezzo nato dalla collaborazione con il mostro sacro Giorgio Moroder.
Una suite di nove e spacca minuti nella quale il maestro racconta i suoi primi passi con i synth per poi sfociare in un crescendo di basso batteria e chitarre amalgamate alla perfezione all'incalzante motivo portante, un finale devastante, dove escono fuori in tutta la loro maestosità i suoni crudi che solo un sintetizzatore sà dare.
A mio avviso un capolavoro di architettura musicale, e non parlo solo di musica elettronica.
Fossi in voi una possibilità all'album la darei, indubbiamente stiamo parlando di una produzione che spopolerà sui mercati discografici del globo intero, ma se sarete disposti a sorvolare sulla annunciata popolarità dell'opera. potreste rimanere piacevolmente sorpresi per il valore artistico e tecnico della registrazione.
Se c'è un argomento sul quale mi ritengo "indisciplinato" è proprio la musica.
Da eterno mezzo chitarrista quale sono, non nego di avere solide radici rocchettare nel dna, il massimo del godimento per le mie orecchie rimane sempre il suono di una chitarra distorta come dico io.
C'è un aspetto del mio appetito musicale pero' che talvolta viene prepotentemente allo scoperto, stravolgendo il mio concetto di canone di bellezza sonora.
I miei canali uditivi sentono il bisogno, a volte, di esplorare nuovi orizzonti solleticati da basse frequenze che raramente li perquotono durante i miei abituali ascolti.
Tutto cio' per soddisfare la curiosità di ascoltare nuovi suoni, nel senso piu' crudo del termine, che siano essi prodotti da strumenti musicali canonici o sintetici.
Il prog rock, permeato di atmosfere dipinte da moog e synth vari unito alla storica e nauseante passione di mio fratello per la musica elettronica nelle sue sfaccettature piu' crude come techno e progressive, che lo portarono ad avere qualche esperienza come dj, hanno fatto si' che mi spingessi oltre il confine fino ad allora conosciuto.
La musica è arte, contenuti piu' o meno profondi racchiusi in un involucro chiamato canzone, composta da melodia ed armonia.
Cè un filo sottile che divide la musica dal rumore, a volte impercettibile, sicuramente soggettivo.
Moltissimi compositori giocando a camminarci su quel filo, hanno dato vita ad opere d'arte assoluta facendo un uso massiccio di sintetizzatori ed arranger.
Mi viene in mente Vangelis, che dopo la fortunatissima esperienza con gli Aphrodite's child compose capolavori diventati immortali nell'immaginario collettivo come Momenti di Gloria o il tema portante del Film Blade Runner.
Giorgio Moroder, nostrano produttore e compositore di fama planetaria, che insieme a Donna Summer rivoluziono' completamente i suoni della musica elettronica.
E poi Jean Michelle Jarre, Alan Parson, Yanni, tutta gente che tramite la sperimentazione sondo' terre inesplorate nell'immenso universo chiamato musica.
Le mie orecchie ringraziano anche loro, pionieri di un'epoca che oggi sembra lontanissima, una dimensione che con gli anni si è evoluta dando vita a gruppi come i Depeche Mode, i Portishead, ed in tempi piu' recenti i Chemical Brothers e i Daft Punk.
Anche loro sono Rock, nel senso piu' ampio del termine.
La puntata odierna ci catapulta direttamente ai glitterati 60.
Egemonizzati dagli Scarrafoni gli anni in questione offrirono col filone beat una non omogenea schiera di pseudo bands.
Tra cui i Monkees in questione.
Io sono un credulone.
Sometimes wishes, they come true Arieccoci a scribacchiare di musica, dopo due settimane di brutti bruttissimi lutti a sette note (Chi Cheng, il bassista dei Deftones prima, poi Storm Thorgenson – l’uomo dietro alle copertine dei Pink Floyd – e Ritchie Havens, l’incredibile autore di “Freedom” che armato di sola voce e chitarra stregò Woodstock nel ’69) che han messo nel cassetto la mia voglia di scrivere. Beg your pardon. Ora, il prossimo gruppo ha molto a che fare coi Fab Four. Sì, proprio i Beatles. Non tanto direttamente, quanto indirettamente. Infatti, i queattro ragazzotti in questione, tre americani di Los Angeles più un inglese, vengono scritturati dalla NBC nel 1965 come attori; dovevano interpretare sullo schermo la storia di una band che voleva diventare famosa come John Paul George e Ringo, ma senza riuscirci. Peccato che i Monkees trasformano la stessa sigla del programma in un piccolo hit, e nello stesso anno (1966) con Last Train to Clarksville e soprattutto I’m A Believer (esatto, quella che gli Smash Mouth hanno rifatto benissimo per Shrek non riuscendo comunque a superare lo splendore dell’originale) fanno un botto tale che i dirigenti della NBC (e della RCA, che pubblicherà i loro dischi) intravedono la nuova gallina dalle uova d’oro. Ragion per cui, in un solo anno, i Monkees pubblicheranno ben tre dischi, prova dura ma che dà esaltanti e insperati frutti. Ma il ferro va battuto finchè è caldo, e nel 1968 escono altri due dischi, frutto della collaborazione con un altro astro nascente, Harry Nilsson (sì, quello di Everybody’s Talkin’); il primo contiene due gemme come “Pleasant Valley Sunday” e “Words”, il secondo quella “Valleri” che da sola venderà oltre un milione di copie, roba che neanche lontanamente ci si sarebbe aspettati. E’ una vera e propria Monkees-mania! Ma qui il giocattolo si rompe; cinque album in nemmeno due anni, una dozzina di singoli sono quanto la magica macchina sforna-hit riesce a produrre prima che le continue apparizioni televisive e i ritmi frenetici di produzione a cui è sottoposta svuotino completamente il serbatoio e riducano i Monkees a una sbiadita copia di loro stessi, spremuti tra 1969 e 1970 e costretti a pubblicare roba davvero di poco conto, prima di sciogliersi e di riunirsi tristemente a metà anni ’80 con un disco che definire brutto è un eufemismo (lasciamo perdere quello di metà ’90 che è buono giusto a non far traballare qualche sedia sbilenca). Se volete gustarvi il meglio di questa combriccola, cercate una compilation che raccolga i singoli, preparate la parrucca a caschetto e gli stivaletti, e dateci dentro. Yeeeeeee!