Il mio personale blog "Macello Industriale", fumante calderone di immani minchiate
e riflessioni semiserie pescate a piene mani dal mio delirio quotidiano.
Enjoy it !!!
Bugiardino
Leggere attentamente le istruzioni prima di consumare il prodotto.
Non si accettano reclami su casi di indotta diarrea, dolori addominali e affini.
Sconsigliato a soggetti di esile composizione tantrica e rompicoglioni vari.
Tutti gli scritti appartengono al sottoscritto, il quale si prende carico di eventuali ripercussioni.
Avete presente crossroads, quel film in cui il mitico Daniel-San di karate kid sfida e smerda con la chitarra alcuni dei piu' grandi al mondo in un locale gremito di gente affamata di musica ?
Roba da film, daccordo, come purtroppo sappiamo la nostra zona non è molto avvezza a sfornare posti che incentivino le persone che suonano o che semplicemente desiderino ascoltare musica live in un contesto ruspante, genuino.
Ma c'è del nuovo all'orizzonte.
Da stasera grazie all'impegno, la costanza e la passione di un uomo, l'amico Cesare Arena, qualcosa prende forma, un qualcosa che non ha precedenti, perlomeno in zona.
L'idea di base è quella di offrire una sala prove, utilizzabile all'occasione anche come sala per feste, e fin qui tutto nella norma, l'altra parte del progetto, alquanto ambizioso, è quella di integrare un mercatino di strumenti musicali usati e soprattutto creare un circolo (di tesserati ovviamente) dove poter ascoltare e/o suonare musica live.
Questa sera all'inaugurazione noi c'eravamo, ed i presupposti per far sì che l'idea decolli sembrerebbero esserci tutti.
Abbiamo chiesto al buon Cesare quali sono le sue aspettative, qui la breve intervista :
Non ci resta che restare sintonizzati ed augurare il meglio a Cesarone e alla sua impresa.
Go !!!
Siamo rocchettari.
Fondamentalmente siamo rocchettari inclini ad esplorare i meandri piu remoti di tutto cio' che possa essere arricchito da un distorsore.
L'ingordigia che ci caratterizza ci spinge a volte oltre, territori inesplorati diventano sovente piacevoli sorprese che ci solleticano le trombe di Eustacchio.
A volte la "sterzata" la si dà a causa di un gruppo che ci mostra la via che porta ad un'altra dimensione musicale, altre avviene in maniera brusca, fulminea, basta magari un pezzo a farti scoprire un intero genere (come nel caso dei Beastie Boys citati da Pelliccia).
Ma fuoco alle polveri, il P. oggi ci parla di hip hop broda !!!
Feel the Funk Blast
Il pezzo di oggi nasce da un paio di riflessioni concatenate senza (apparente) senso logico suggeritemi in questi ultimi giorni dal Grandmaster Traina. Parlando di Rage Against The Machine (feel the funk blast) e ricordando i bei tempi andati in cui facevamo girare i Beastie Boys su quella disastrata Panda con lo stereo non schermato, mi è venuta fuori una straordinaria di voglia di hip hop. Ma non le merdate di adesso – soprattutto quelle del Malpaese – bensì di roba vecchia se non vecchissima addirittura…e così…Afrika Bambaataa, al secolo Kevin Donovan, vero padre di tutta la scena a divenire.
Classe 1957, cresciuto nel Bronx in una famiglia dove l’attivismo per i diritti civili dei neri era di casa, il giovane Kevin si infila ben presto in una delle innumerevoli gangs del posto. Ma invece di fare la fine di uno Snoop Dogg qualunque, il ragazzo usa il cervello e scopre che c’è un’arma infinitamente più potente di ogni pistola; si chiama cultura, si manifesta come musica sotto forma di una smisurata ed eclettica collezione di dischi, generosamente fornita da mammà. Complice un viaggio in Africa, et voilà, Kevin Donovan diventa Afrika Bambaataa, e la sua gang diventa la Universal Zulu Nation, che in breve diventerà la culla del nascente movimento hiphop (a proposito, il termine sembra derivi dallo scimmiottare il passo di marcia dei coetanei di colore arruolati nella US Army…)
Che poi, in realtà, l’hiphop così come era nato era “semplicemente” del buon vecchio funk irrobustito da solide basi elettroniche e da una maniera nuova di cantare il proprio disagio, la propria condizione (altre cose mutuate da un certo funk, a volerla dire tutta – nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma). Nel suo specifico caso, poi, le basi elettroniche sono frutto di un intelligente lavoro di sampling che va a pescare da mostri quali Yellow Magic Orchestra e Kraftwerk, risuonati in studio e plasmati a proprio uso e consumo.
Non mi avventuro più di tanto nella discografia di Afrika Bambaataa, il che vorrebbe dire inerpicarsi in una giungla di singoli, progetti paralleli (tra cui è però doveroso menzionare il disco “Sun City”, uscito come manifesto anti-apartheid e pieno zeppo di collaborazioni, da Ringo Starr agli U2, da Peter Gabriel a Miles Davis, da Ravi Shankar a Keith Richards) e vecchi e nuovi compagni di avventura; chi volesse approfondire puo’ usare come ottima base di partenza la raccolta “Looking For The Perfect Beat”, uscita nel 2001 per i tipi della beneamatissima Rhino.
No matter how hard you try, you can’t stop us now.
Una bella risata, come provato da fior fior di scienziati migliora la qualità della vita.
A volte non bisogna neanche andare a cercarla, è lei che trova noi, dobbiamo fare solo in modo di essere con i personaggi giusti nel luogo e nel momento giusto.
E modestamente, il sottoscritto è un maestro in tale arte.
Il buon Tino, idraulico in pensione e amico di svariate battaglie, ci mostra la sua innata dote si saper utilizzare un tablet.
Questa è la vita che amo, queste sono le cose che mi rendono ricco.
E non scherzo.
Ogni tanto mi piace scovare qualche vecchio film in bianco e nero da rispolverare o scoprire, sul tubo ce ne sono a bizzeffe, completi.
Ieri sera mi sono sparato il film in oggetto.
Totò e Nino Manfredi, rispettivamente Don Vincenzo, un attempato e rispettato boss locale e Dudu'. un rampante fuorilegge.
Una spedizione di Americani si mette in testa di rubare il tesoro di San Gennaro e chiede a don Vincenzo, al gabbio, personale sul posto per effettuare il colpo.
Una commedia vivace e molto piacevole, ricca di quell'ingenua comicità che oggi è merce rara.
Bettole fumose, combattimenti di galli e bische clandestine, questa è l'atmosfera in cui ci si proietta questa sera qui al Pelliccia's.
Il Blues, per certi versi genesi del rock and roll, il punto da cui parti' l'evoluzione della musica moderna, raccontato in uno dei tantissimi artisti che lo resero tale.
Let my Mojo Working.
Non sparate sul pianista…o il pianista vi prenderà a pugni
Bentornati e bentornate, se state leggendo queste righe significa che le puntate precedenti di questo jukebox virtuale fatto di tante parole e tanta musica un pochino vi aggrada…e allora, mettiamo alla prova il vostro palato con una pietanza semplice ma ricca di sapori. Questa volta si parla di un bluesman forse poco conosciuto ma parecchio interessante, uno di quelli che incarna lo stereotipo della vita rocambolesca che ogni giorno ti regala almeno un aneddoto o una disavventura da cui tirare fuori una canzone. Signore e signori, “Champion” Jack Dupree.
Jack nasce a New Orleans, a luglio. Il giorno e l’anno non sono sicuri, diciamo tra il 1908 e il 1910, siamo però sicuri del fatto che a due anni finisce nello stesso orfanotrofio dove capitò pure il signor Louis Armstrong…sarà che per un nero in quegli anni vivere non era certo una passeggiata in un giardino di rose, sarà che il diavolo se esiste sta di casa a New Orleans e ti insegna a suonare uno strumento e a fare del blues, fatto sta che il nostro Jack impara a suonare il piano, e comincia a esibirsi nelle bettole più malfamate, riuscendo a guadagnarsi un buon seguito grazie a uno stile sobrio ed essenziale; un pianista di certo non virtuoso, ma dannatamente coinvolgente. Lasciata New Orleans si trasferisce prima a Chicago e poi a Detroit, dove per non farsi mancare niente si lancia nel mondo della boxe, diventando un discreto pugile (qui gli verrà affibbiato il soprannome “Champion” grazie ai numerosi incontri vinti)e registrando le sue prime cose, tra cui il fortunatissimo “Walkin’ Blues”, e dopo aver fatto il cuoco nell’esercito yankee, durante il secondo conflitto mondiale, si trasferisce in Europa, lavorando come cuoco specializzato nella cucina creola di New Orleans e spostandosi fra Inghilterra, Svezia, Danimarca, Svizzera e Germania, registrando i suoi pezzi con gente del calibro di Tony McPhee, The Band, Mick Taylor, John Mayall ed Eric Clapton e continuando a suonare fino al 1992, anno in cui è morto.
Champion Jack Dupree, dicevamo sopra, non era certo un funambolo come Jerry Lee Lewis,ma ci sapeva fare eccome al piano; spiccato senso del ritmo, sempre in bilico fra blues e boogie, più incline a usare lo strumento non come farebbe una primadonna desiderosa di attirarsi addosso i riflettori, ma piuttosto come fosse un tavolo sul quale servire le “solite” storie di prigione, droga, fatti di sangue, donne ben lontane dall’essere esempi di virginale purezza che fanno perdere il senno, …insomma, l’armamentario di ogni bluesman che si rispetti, cantato però con una voce pulita e misurata come di rado si sentiva in quel periodo; per farvi un’idea più precisa, sentitevi Mean Ole Frisco, Mr.Dupree Blues, Shake Baby Shake, Junker’s Blues, Big Leg Emma’s, Shake Dupree Dance.
E ora, immaginatevi in una fumosa “barrelhouse”, carte in mano, una splendida pupa (o un fascinoso mascalzone) al vostro fianco, una bottiglia di whisky di contrabbando sul tavolo…e in angolo, il pugile, il pianista, il cantastorie, il ragazzino della piantagione, il cuoco, il bluesman. Tutti a battere il piede a tempo, tutti a cantare la propria incredibile vita attorno al piano di Champion Jack.