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Il mio personale blog "Macello Industriale", fumante calderone di immani minchiate e riflessioni semiserie pescate a piene mani dal mio delirio quotidiano. Enjoy it !!!
Bugiardino
Leggere attentamente le istruzioni prima di consumare il prodotto.
Non si accettano reclami su casi di indotta diarrea, dolori addominali e affini.
Sconsigliato a soggetti di esile composizione tantrica e rompicoglioni vari.
Tutti gli scritti appartengono al sottoscritto, il quale si prende carico di eventuali ripercussioni.
lunedì 17 dicembre 2012
domenica 9 dicembre 2012
venerdì 7 dicembre 2012
Pelliccia's corner (letsfallinlovewithmusic) : Quello che spacca.
Proprio quel disco, quello che metti su quando vuoi spaccare il culo anche alle mosche, è di lui, o meglio del suo che ci parla Mister P questa sera.
Chèvvelodicoaffà.
Rumore Bianco
Probabilmente ognuno di voi, nel novero dei suoi dischi preferiti, ha una sorta di catalogo: il disco per una cenetta romantica, il disco per quando si vuole stare da soli coi propri pensieri, il disco per fare le pulizie di casa (i malati hanno anche questa catalogazione. Il mio? James Brown, “Sex Machine”) etc.etc. Ovviamente in questa speciale classifica non può mancare “il disco da mettere su quando hai voglia di spaccare tutto”, che nel mio caso è, decisamente, “Kick Out The Jams” dei sottovalutatissimi, imprescindibili MC5, gruppo che ha aperto la strada a colonne come gli Stooges, per dirne una.
Tanto per iniziare, considerate che per chi scrive questo è il secondo miglior disco live della storia del rock tutto (il primo è ovviamente “Live at Leeds” degli Who) ed è anche il disco di debutto per questa formazione americana, nata nel 1964 per volere dei due chitarristi terribili Fred “Sonic” Smith e Wayne Kramer e che potremmo definire “punk prima del punk”. Certo, musicalmente gli MC5 son riconducibili ad altro, una specie di garage rock psichedelico imbevuto di blues e r’n’r (!), influenzato tanto dal surf caciarone di Dick Dale quanto dal blues primitivo di Bo Diddley e dalle atmosfere spaziali di Sun Ra…ma quello che li porta ad essere considerati degli antesignani del punk è più che altro l’atteggiamento: nichilista e distruttivo (il gruppo esordì nel 1969 e nel 1972 si sciolse minato dagli abusi di tutti e cinque i componenti, dei veri losers come li avrebbe cantati più tardi Johnny Thunders) ma nel contempo carico di quella rabbia e di quel desiderio di cambiamento che l’epoca richiedeva (gli MC5 sono diventati famosi anche per la loro amicizia con le sovversive White Panthers, sorta di gruppo bianco di appoggio alle Black Panthers nato a Detroit e capeggiato dallo spiritato anticapitalista Jason Sinclair). Ma lasciamo da parte i retroscena politici e torniamo al nostro esplosivo padellone….
Registrato in due notti al Detroit Grande Ballroom nel 1969, gli MC5 concretizzano la fama crescente che i loro infuocati live acts stavano guadagnando; non un secondo di cedimento, anche nelle parti più ipnotiche e rallentate la tensione è tale che è impossibile stare fermi o lasciarsi andare. L’inizio con la cover della misconosciuta “Ramblin’Rose” è un pugno nello stomaco di dimensioni inusitate, così come lo è “Rocket Reducer No.62 (Rama Lama Fa Fa Fa)”, un delirio rumoristico di quasi sei minuti; se nell’infinita rivisitazione di “Motor City Is Burning” il cantante Rob Tyner risveglia le coscienze degli astanti celebrando le Black Panthers, nella conclusiva “Starship” si va a citare una delle poesie di Sun Ra (per Smith e Kramer una vera ossessione, soprattutto in virtù dell’approccio free jazz del loro chitarrista Sonny Sharrock). Ma la vera perla del disco, la summa di sessant’anni di storia del rock e di schitarrate mimate davanti allo specchio da parte dei rockers di tutto il mondo, è la seconda canzone del disco, quella “Kick Out The Jams” che ogni rockband del pianeta ha suonato almeno una volta nella vita; tre minuti di pura gioia, “it’s time to kick out the jams, motherfuckers” ed è impossibile capirci qualcosa o descrivere quello che si prova. Il manifesto programmatico di chi nella sua vita non può vedersi se non sul palco, dietro al microfono o con uno strumento appeso al collo o a pestare dietro le pelli, forse, rende bene l’idea. That’s rock, folks.
Chèvvelodicoaffà.
Rumore Bianco
Probabilmente ognuno di voi, nel novero dei suoi dischi preferiti, ha una sorta di catalogo: il disco per una cenetta romantica, il disco per quando si vuole stare da soli coi propri pensieri, il disco per fare le pulizie di casa (i malati hanno anche questa catalogazione. Il mio? James Brown, “Sex Machine”) etc.etc. Ovviamente in questa speciale classifica non può mancare “il disco da mettere su quando hai voglia di spaccare tutto”, che nel mio caso è, decisamente, “Kick Out The Jams” dei sottovalutatissimi, imprescindibili MC5, gruppo che ha aperto la strada a colonne come gli Stooges, per dirne una.
Tanto per iniziare, considerate che per chi scrive questo è il secondo miglior disco live della storia del rock tutto (il primo è ovviamente “Live at Leeds” degli Who) ed è anche il disco di debutto per questa formazione americana, nata nel 1964 per volere dei due chitarristi terribili Fred “Sonic” Smith e Wayne Kramer e che potremmo definire “punk prima del punk”. Certo, musicalmente gli MC5 son riconducibili ad altro, una specie di garage rock psichedelico imbevuto di blues e r’n’r (!), influenzato tanto dal surf caciarone di Dick Dale quanto dal blues primitivo di Bo Diddley e dalle atmosfere spaziali di Sun Ra…ma quello che li porta ad essere considerati degli antesignani del punk è più che altro l’atteggiamento: nichilista e distruttivo (il gruppo esordì nel 1969 e nel 1972 si sciolse minato dagli abusi di tutti e cinque i componenti, dei veri losers come li avrebbe cantati più tardi Johnny Thunders) ma nel contempo carico di quella rabbia e di quel desiderio di cambiamento che l’epoca richiedeva (gli MC5 sono diventati famosi anche per la loro amicizia con le sovversive White Panthers, sorta di gruppo bianco di appoggio alle Black Panthers nato a Detroit e capeggiato dallo spiritato anticapitalista Jason Sinclair). Ma lasciamo da parte i retroscena politici e torniamo al nostro esplosivo padellone….
Registrato in due notti al Detroit Grande Ballroom nel 1969, gli MC5 concretizzano la fama crescente che i loro infuocati live acts stavano guadagnando; non un secondo di cedimento, anche nelle parti più ipnotiche e rallentate la tensione è tale che è impossibile stare fermi o lasciarsi andare. L’inizio con la cover della misconosciuta “Ramblin’Rose” è un pugno nello stomaco di dimensioni inusitate, così come lo è “Rocket Reducer No.62 (Rama Lama Fa Fa Fa)”, un delirio rumoristico di quasi sei minuti; se nell’infinita rivisitazione di “Motor City Is Burning” il cantante Rob Tyner risveglia le coscienze degli astanti celebrando le Black Panthers, nella conclusiva “Starship” si va a citare una delle poesie di Sun Ra (per Smith e Kramer una vera ossessione, soprattutto in virtù dell’approccio free jazz del loro chitarrista Sonny Sharrock). Ma la vera perla del disco, la summa di sessant’anni di storia del rock e di schitarrate mimate davanti allo specchio da parte dei rockers di tutto il mondo, è la seconda canzone del disco, quella “Kick Out The Jams” che ogni rockband del pianeta ha suonato almeno una volta nella vita; tre minuti di pura gioia, “it’s time to kick out the jams, motherfuckers” ed è impossibile capirci qualcosa o descrivere quello che si prova. Il manifesto programmatico di chi nella sua vita non può vedersi se non sul palco, dietro al microfono o con uno strumento appeso al collo o a pestare dietro le pelli, forse, rende bene l’idea. That’s rock, folks.
martedì 4 dicembre 2012
lunedì 3 dicembre 2012
Un triste lieto epilogo.
Ci sono canzoni che pur avendo un significato ben preciso per coloro che le scrivono, si prestano a chiavi di lettura soggettive, interpretate da coloro che le ascoltano.
In periodi come quello che stiamo vivendo, la mancanza di un barlume di luce, di una speranza, è la cosa che forse inconsciamente le persone sopportano di meno.
Ci sono quindi figure, scritti e canzoni appunto ai quali aggrapparsi cercando conforto.
E la seguente per mè è uno di quei appigli, mi piace vedere il terribile cavaliere morente descritto nel testo come il sistema che ci opprime, conscio del fatto che la sua egemonia è giunta al capolinea.
Forse è un modo un pò fiabesco e di "sinistra" di vedere le cose, ma il mio ragionamento non vuole essere quello del ventenne con la foto del Che in camera che ostenta il pugno chiuso, ho avuto anch'io i vent'anni, il mio modo di vederla è frutto di un'analisi pacata, da padre di famiglia che ormai conosce le meccaniche del "mondo degli adulti", e desidererebbe vederle cambiare.
Cavalli corpi e lance rotte
si tingono di rosso,
lamenti di persone che muoiono da sole
senza un Cristo che sia là.
Pupille enormi volte al sole
la polvere e la sete
l'affanno della morte lo senti sempre addosso
anche se non saprai perchè.
Requiescant in pace. Requiescant in pace.
Requiescant in pace. Requiescant in pace.
Su cumuli di carni morte
hai eretto la tua gloria
ma il sangue che hai versato su te è ricaduto
la tua guerra è finita
vecchio soldato.
Ora si è seduto il vento
il tuo sguardo è rimasto appeso al cielo
sugli occhi c'è il sole
nel petto ti resta un pugnale
e tu no, non scaglierai mai più
la tua lancia per ferire l'orizzonte
per spingerti al di là
per scoprire ciò che solo Iddio sa
ma di te resterà soltanto
il dolore, il pianto che tu hai regalato
per spingerti al di là
per scoprire ciò che solo Iddio sa.
Per spingerti al di là,
per scoprire ciò che solo Iddio sa..
In periodi come quello che stiamo vivendo, la mancanza di un barlume di luce, di una speranza, è la cosa che forse inconsciamente le persone sopportano di meno.
Ci sono quindi figure, scritti e canzoni appunto ai quali aggrapparsi cercando conforto.
E la seguente per mè è uno di quei appigli, mi piace vedere il terribile cavaliere morente descritto nel testo come il sistema che ci opprime, conscio del fatto che la sua egemonia è giunta al capolinea.
Forse è un modo un pò fiabesco e di "sinistra" di vedere le cose, ma il mio ragionamento non vuole essere quello del ventenne con la foto del Che in camera che ostenta il pugno chiuso, ho avuto anch'io i vent'anni, il mio modo di vederla è frutto di un'analisi pacata, da padre di famiglia che ormai conosce le meccaniche del "mondo degli adulti", e desidererebbe vederle cambiare.
si tingono di rosso,
lamenti di persone che muoiono da sole
senza un Cristo che sia là.
Pupille enormi volte al sole
la polvere e la sete
l'affanno della morte lo senti sempre addosso
anche se non saprai perchè.
Requiescant in pace. Requiescant in pace.
Requiescant in pace. Requiescant in pace.
Su cumuli di carni morte
hai eretto la tua gloria
ma il sangue che hai versato su te è ricaduto
la tua guerra è finita
vecchio soldato.
Ora si è seduto il vento
il tuo sguardo è rimasto appeso al cielo
sugli occhi c'è il sole
nel petto ti resta un pugnale
e tu no, non scaglierai mai più
la tua lancia per ferire l'orizzonte
per spingerti al di là
per scoprire ciò che solo Iddio sa
ma di te resterà soltanto
il dolore, il pianto che tu hai regalato
per spingerti al di là
per scoprire ciò che solo Iddio sa.
Per spingerti al di là,
per scoprire ciò che solo Iddio sa..
domenica 2 dicembre 2012
Pelliccia's corner (letsfallinlovewithmusic) : Rastafariano a chi ?
Uomo dalle mille sfaccettature, il Pelliccia stasera ci parla di cio' che la maggior parte della gente stereotipando il genere abbina a Jamaica, cannazze e capelle longhe (cit).
Il Reggae, musica fortemente intrisa di significati scocio-culturali, va' oltre il leggendario Bob Marley, se non ci credete proseguite nella lettura.
Vai Pelliccia, nel nome di Jah.
Natty Dread
(parentesi doverosa: quello che sta sul mio disco fisso lo trovate anche sui miei scaffali, solo che pescare random dal mio disco fisso è più divertente che scegliere scorrendo e scorrendo e scorrendo….)
Rubo il titolo di una canzone del signor Robert Marley in arte come Dylan per poter parlare un po’ di reggae. Reggae? Cioè tu ascolti musica reggae? Ebbene sì, faccio outing. Nonostante la dancehall e robe similari continuano a farmi abbondantemente cagare e nonostante io fatichi a trovare qualcosa di vagamente decente ed ascoltabile in gruppi tipo i Sud Sound System, a cavallo fra metà anni ’70 e primissimi anni ’80 si può trovare un sacco di roba interessante; innanzitutto musica suonata (coi controcazzi, pure) e non basi buone manco per farci il karaoke…in secondo luogo, voci degne di nome, non lamenti monocordi tutti uguali (cioè, ditemi come si fa a riconoscere Buju Banton da Capleton, per dire) e cosa più importante, niente sessuomani omofobi con la sindrome della big gun a scrivere chilometri di liriche su chi ha il bastone più lungo e desiderato, ma cervelli pensanti, che usano il reggae come veicolo per esprimere la rabbia e il malcontento della povera gente, la frustrazione e il desiderio di rivalsa della minoranza Rasta, ma anche un sacco di fumose “good vibes”, cose molto fricchettone tipo pace amore e fratellanza…un po’ come alcuni illuminati punk nel ’77 ma con moooolto meno nichilismo, ecco, eheh.
Tra i tanti degni di nota che NON sono SOLO Marley o Tosh, legalize don’t criticize it no uoman no crai, ce n’è uno con una voce spaventevolmente bella che si chiama Cornel Campbell – auguri a lui che il 23 novembre scorso ha compiuto 67 anni. Il rastaman in questione esordisce alla tenera età di 11 anni e dopo un inizio in sordina con gruppi vocali di scarsa fortuna, a fine anni ’60 comincia ad azzeccare una serie di singoli come “Queen of the Minstrel” e “Stars”. Arriva così negli anni ’70 il primo disco come solista,omonimo, e inizia in quegli anni un lungo sodalizio col produttore Bunny Lee. Risultato? Una decade costellata di singoli di successo, come “Natty Dread In A Greenwich Farm”, “Dance In a Greenwich Farm”, “Gorgon”, “Press Along Natty” , e dischi riuscitissimi, il cui vertice è forse “Fight Against Corruption” del 1983. Testi profondi ed ispiratissimi e una schiera di musicisti di prim’ordine a collaborare (Sly e Robbie – vale a dire la sezione ritmica del 90% dei dischi reggae – e un bel po’ di Wailers di contorno), roots reggae di quello buono che si ascolta volentieri come contorno alla tripletta “divano-sigaretta-libro e/o giornale”. Ideale introduzione al mondo di questo fuoriclasse della musica in levare è “Original Blue Recordings 1970 – 1979”, disco di non facilissima reperibilità ma che val la pena sbattersi un po’ a cercare…
Il Reggae, musica fortemente intrisa di significati scocio-culturali, va' oltre il leggendario Bob Marley, se non ci credete proseguite nella lettura.
Vai Pelliccia, nel nome di Jah.
Natty Dread
(parentesi doverosa: quello che sta sul mio disco fisso lo trovate anche sui miei scaffali, solo che pescare random dal mio disco fisso è più divertente che scegliere scorrendo e scorrendo e scorrendo….)
Rubo il titolo di una canzone del signor Robert Marley in arte come Dylan per poter parlare un po’ di reggae. Reggae? Cioè tu ascolti musica reggae? Ebbene sì, faccio outing. Nonostante la dancehall e robe similari continuano a farmi abbondantemente cagare e nonostante io fatichi a trovare qualcosa di vagamente decente ed ascoltabile in gruppi tipo i Sud Sound System, a cavallo fra metà anni ’70 e primissimi anni ’80 si può trovare un sacco di roba interessante; innanzitutto musica suonata (coi controcazzi, pure) e non basi buone manco per farci il karaoke…in secondo luogo, voci degne di nome, non lamenti monocordi tutti uguali (cioè, ditemi come si fa a riconoscere Buju Banton da Capleton, per dire) e cosa più importante, niente sessuomani omofobi con la sindrome della big gun a scrivere chilometri di liriche su chi ha il bastone più lungo e desiderato, ma cervelli pensanti, che usano il reggae come veicolo per esprimere la rabbia e il malcontento della povera gente, la frustrazione e il desiderio di rivalsa della minoranza Rasta, ma anche un sacco di fumose “good vibes”, cose molto fricchettone tipo pace amore e fratellanza…un po’ come alcuni illuminati punk nel ’77 ma con moooolto meno nichilismo, ecco, eheh.
Tra i tanti degni di nota che NON sono SOLO Marley o Tosh, legalize don’t criticize it no uoman no crai, ce n’è uno con una voce spaventevolmente bella che si chiama Cornel Campbell – auguri a lui che il 23 novembre scorso ha compiuto 67 anni. Il rastaman in questione esordisce alla tenera età di 11 anni e dopo un inizio in sordina con gruppi vocali di scarsa fortuna, a fine anni ’60 comincia ad azzeccare una serie di singoli come “Queen of the Minstrel” e “Stars”. Arriva così negli anni ’70 il primo disco come solista,omonimo, e inizia in quegli anni un lungo sodalizio col produttore Bunny Lee. Risultato? Una decade costellata di singoli di successo, come “Natty Dread In A Greenwich Farm”, “Dance In a Greenwich Farm”, “Gorgon”, “Press Along Natty” , e dischi riuscitissimi, il cui vertice è forse “Fight Against Corruption” del 1983. Testi profondi ed ispiratissimi e una schiera di musicisti di prim’ordine a collaborare (Sly e Robbie – vale a dire la sezione ritmica del 90% dei dischi reggae – e un bel po’ di Wailers di contorno), roots reggae di quello buono che si ascolta volentieri come contorno alla tripletta “divano-sigaretta-libro e/o giornale”. Ideale introduzione al mondo di questo fuoriclasse della musica in levare è “Original Blue Recordings 1970 – 1979”, disco di non facilissima reperibilità ma che val la pena sbattersi un po’ a cercare…
n.d.r. Anche costui merita comunque di essere menzionato
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